Del Macbeth di Shakespeare non occorre dir nulla: non si può non conoscere e non amare la più cupa e profonda meditazione che la civiltà occidentale abbia prodotto sui temi del male, del potere, del destino, della colpa. Verdi lo mise in musica nel 1847, regalando al mondo un’opera di terrificante potenza, ammantata di una veste orchestrale nera e lucente, in cui sperimenta con inedita sapienza le “armi” dell’opera italiana per evocare streghe e fantasmi dalla bruma scozzese: e così abbiamo cabalette infuocate, marcette demoniache, danze infere, e un tipo di canto velato e soffocato, curato nelle minime inflessioni. Nulla della tragedia originale si perde, semmai si arricchisce. Verdi considerò questa sua decima opera la migliore che avesse composto fino a quel momento, nei giovanili anni di lavoro forsennato (o «di galera», come li chiamava lui).
Riccardo Muti dirige questo capolavoro da cinquant’anni, affinandolo sempre di più, e ne è oggi il massimo conoscitore. Il suo ritorno al Regio — il quarto in cinque anni — lo vedrà affiancato da Chiara Muti, ideatrice di un nuovo, attesissimo allestimento dell’opera. Nel ruolo del titolo il baritono Luca Micheletti — che essendo nato attore di prosa ha Shakespeare nel sangue — e in scena con lui una squadra di impeccabili cantanti verdiani come Lidia Fridman, Giovanni Sala e Maharram Huseynov.