La mostra ricostruisce un momento cruciale nella ricerca di Piero Gilardi: quando l'artista abbandona ogni produzione oggettuale nel rifiuto radicale dell'opera come bene di consumo, per un coinvolgimento diretto nel sociale attraverso l'animazione teatrale.
Il percorso ha inizio a Torino nei primi anni Settanta con laboratori condotti anche in contesto psichiatrico: qui Gilardi sperimenta un uso dell'arte radicalmente diverso, portando teatro, maschere e gioco collettivo dentro le istituzioni totali, restituendo ai pazienti un corpo, una voce, una presenza pubblica.
Questo metodo l'artista lo porta avanti nei decenni successivi, adattandolo a comunità diverse: il laboratorio — l'ospedale, la strada, il quartiere, la piazza — diventa spazio di lavoro permanente dove l'arte si pone al servizio delle persone, nella convinzione che possa cambiarne concretamente la vita e partecipare alla trasformazione della società.
Da questa pratica emerge nella riflessione teorica di Gilardi l'idea di una comunità estetica come figura anticipatrice della comunità politica.
Dalla fine degli anni Ottanta questa tensione trova nuova forma nelle grandi parate di strada — maschere, teste giganti, figure grottesche — dove l'immaginario del carnevale piemontese incontra il linguaggio delle proteste anti-nucleari e no-global.